Il fabbricato rientra infatti all’interno dell’”Area di notevole interesse pubblico del territorio di Casoni, Cà de’ Quattro, Fabbrica e Cà de’ Guerri”, secondo il Decreto Ministeriale del 01 agosto 1985, che di fatto ha riconosciuto l’importanza della zona sia dal punto di vista paesaggistico che storico-culturale, proprio per la presenza delle capanne celtiche. L’area è quindi soggetta a vincolo in base al Decreto Legislativo n. 42 del 22 gennaio 2004, in ambito tecnico denominato “Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio”, secondo l’articolo 136, comma 1, lettere c) e d), ed anche secondo l’articolo 142, comma 1, lettera d), per le zone ubicate sopra i 1.200 mt. s.l.m..
Il sito conseguentemente ricade nel P.T.P.R., Piano Territoriale Paesaggistico Regionale, e nel P.T.C.P., Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale, nella perimetrazione di “zona di particolare interesse paesaggistico-ambientale soggetta a decreto di tutela”, e nel P.R.G. comunale in Zona Omogenea di tipo E, Sottozona E.3.3, “agricola di valore paesaggistico-ambientale”.
La “capanna celtica di strada Vandelli”, dunque uno dei caratteristici fabbricati rurali della zona, risalente con tutta probabilità alla seconda metà del XVIII secolo, è pertanto anche vincolata dal Piano Regolatore Generale comunale di Pievepelago come “bene culturale sparso”, sottoposto a livello edilizio ad interventi di restauro e risanamento conservativo di tipo a (classificazione a2.a).
Prima dell’intervento l’edificio si presentava in condizioni generali modeste, sebbene la nuova proprietà, che ha acquistato l’immobile nel 2010, abbia eseguito negli anni seguenti interventi di manutenzione ordinaria finalizzati al mantenimento del bene, dotandolo tra l’altro di allacciamento all’energia elettrica e portando, a servizio dei terreni agricoli vicini, derivazione di acqua pubblica da sorgente.
Era evidentemente necessario, oltre che “doveroso”, programmare e realizzare un progetto di recupero complessivo del fabbricato, per diversi motivi. Intanto l’immobile presentava le classiche murature portanti perimetrali in pietra locale, cementate a terra e di qualità piuttosto povera, prive di fondazioni adeguate, con emergenza di lesioni diffuse e manifestazione costante di umidità interna al livello del piano terreno, derivante dalla vicinanza della strada e dalla mancata regimazione delle acque provenienti dalla stessa, dal pendio di monte e dalla copertura. Inoltre risultavano ormai precarie e malsicure sia la struttura in legno del solaio dell’ex fienile e soprattutto quella, sempre in legno, della copertura, che peraltro poggiava sulle murature in elevazione senza essere collegata in maniera efficace alle stesse. Di più, il tetto era stato rimaneggiato durante il secolo scorso dalle precedenti proprietà agricole, ed aveva perduto il caratteristico padiglione di valle e la finitura in paglia di segale, sostituita dalla più durevole lamiera metallica, che tuttavia già presentava molteplici bucature e consentiva infiltrazioni delle precipitazioni meteoriche in diversi punti, che con il passare del tempo contribuivano a deteriorare le sottostanti strutture in legno, come detto già ammalorate.
Relativamente ai tipici fronti dell’edificio, caratterizzati dal profilo delle “penne gradonate”, quello esistente e ben noto di monte richiedeva quantomeno intervento di verifica delle lastre di arenaria, “pianne”, che risultavano talvolta malferme e danneggiate, mentre in merito a quella di valle, come detto modificata e pesantemente alterata, era ovviamente auspicabile il suo ripristino, potendo fare riferimento, fortunatamente, alle interessanti ed utili fotografie d’epoca che ne documentavano la sicura preesistenza.
Il fabbricato, testimonianza storica, culturale ed economica del paesaggio montano e del territorio rurale dell’Alto Appennino Modenese, che costituisce anche, con il contesto ambientale in cui si inserisce, immagine simbolica di grande richiamo a livello turistico, richiedeva e meritava un intervento edilizio di ristrutturazione generale, che consentisse di mantenere e ove necessario ripristinare le sue caratteristiche distintive, ed evitare che la situazione di precarietà, pur monitorata, progredisse verso un degrado non reversibile, come è accaduto per altre costruzioni simili nel versante di S. Andreapelago, che purtroppo oggi non sono più recuperabili.
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